Ogni giorno, scegliamo su che cosa focalizzare la nostra attenzione.

Se mi alzo soffrendo di un leggero mal di testa senza riuscire a distogliere la mia attenzione da esso, sarò senz’altro meno produttivo di chi, pur magari soffrendo della stessa cosa, è invece concentrato sull’obiettivo che per quel giorno si è proposto di raggiungere.

Possiamo sempre scegliere dove posare la lente della nostra attenzione. Possiamo rivangare ingiustizie passate, far rivivere vecchi rancori, e continuare ad alimentare ferite che rimarranno sempre infette. Possiamo focalizzarci sul fallimento, sul suo potenziale distruttivo, sulle probabilità che abbiamo di sbagliare. Oppure, possiamo invece spostare la nostra attenzione e concentrarci sui risultati a cui il nostro lavoro – spesso duro – sarà capace di portare, possiamo provare gratitudine per tutto il percorso compiuto fino al momento presente e capire le possibilità che il futuro ci riserva.

Quello su cui per istinto naturale o per influenze culturali siamo portati a focalizzarci non è l’unica opzione possibile. Senza dubbio quest’attitudine, o meglio, questo automatismo, è difficile da cambiare come del resto lo sono tutti gli automatismi e proprio per questo sono poche le persone che riescono a farlo. Ma non c’è un tipo di lavoro su noi stessi che, nel lungo termine, paghi di più e meglio.

La nostra storia rimarrà per sempre la nostra storia. Ma non dobbiamo continuare a riproporla a noi stessi se non nella misura in cui ci aiuta a cambiare il meglio il modo in cui viviamo e in cui lavoriamo.

 

Fonte http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2016/04/depth-of-field.html

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