Li chiamano, con un acronimo inglese, Neet: “Not in Education, Employment or Training”. Sono i nostri giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e allo stesso tempo non sono iscritti a scuola né all’università, e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale.

Nel nostro Paese questi ragazzi sono oltre 2,2 milioni, il 24,3% della popolazione nazionale di riferimento: un esercito immobile di nuovi analfabeti lavorativi che ha perso il treno dell’istruzione, che scivola verso i confini del mercato occupazionale, che rischia di non contribuire mai al sistema previdenziale. E che pesa come un macigno sulla ripresa economica italiana.

Il rischio primario è che questi giovani si trasformino nel tempo in disoccupazione strutturale, una componente che nemmeno i contratti più flessibili riuscirebbero a inserire nel mondo del lavoro, con conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico. Ma come invertire questa tendenza? Come tornare ad occuparsi dei ragazzi, favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro, creare dei percorsi virtuosi che tendano a scardinare il concetto che l’istruzione tecnica è di Serie B rispetto a quella intellettuale di Serie A?

La tavola rotonda dal titolo “Generazione NEET: come dare un futuro ai giovani senza occupazione?” a cui ho partecipato la scorsa settimana all’interno del progetto #Allenarsiperilfuturo in collaborazione con Bosch, ha avuto proprio lo scopo di  aprire  un dibattito a più voci, grazie alla partecipazione di istituzioni, aziende e personalità autorevoli del mondo dello sport, per condividere idee e iniziative concrete che riguardano l’attuale situazione dei giovani. Ho portato la mia testimonianza e spiegato come all’interno dei nostri hotel Meliá stiamo sviluppando progetti formativi interessanti ed inclusivi che puntano ad una crescita professionale dei nostri dipendenti in ambito lavorativo e personale, sottolineando l’importanza della diversità vissuta come imprescindibile risorsa e occasione di integrazione.

Da questo confronto è chiaramente emerso è come sia diventato sempre più necessario spostare le nuove leve dalla panchina all’attacco (dove averli rimotivati e ben allenati, per usare la metafora sportiva), arricchire le loro competenze di base e quelle tecniche in modo  che consentano loro di svolgere con “perizia” un’attività specifica in una determinata professione. Inoltre, servono competenze trasversali che aiutino a trasformare il “sapere” tecnico in una performance lavorativa e organizzativa efficace poiché le competenze tecniche che serviranno tra 5 e 10 anni non sono necessariamente quelle di oggi – il 40% delle opportunità lavorative tra dieci anni arriveranno da professioni che oggi non esistono!.

Serve ed è imprescindibile: imparare ad apprendere, apertura mentale, intraprendenza, versatilità, saper sperimentare e mettersi in gioco continuamente. #andiamoavincere

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