“Overtourism” è un neologismo coniato e utilizzato per la prima volta in un articolo del 16 agosto 2016 da Skift, sito di notizie e riferimento per ricerche di mercato e servizi di marketing nel settore dei viaggi. Il termine si è presto diffuso a livello globale ed è stato oggetto di molti articoli, studi e dibattiti. E’ stato dichiarato dal Telegraph come “Parola dell’anno” a fine 2017. E’ entrato nel dizionario Oxford l’anno successivo. L’Organizzazione Mondiale del Turismo/UNWTO (United Nations World Tourism Organization), lo ha definito come “l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori.”

I RISCHI DELL’OVERTOURISM

Il numero dei viaggiatori, aumentato in maniera esponenziale nell’ultimo decennio e destinato a toccare la quota dei 2 miliardi nel 2030, è tra i fattori che destano maggior preoccupazione. Con esso, la diffusione delle compagnie aeree low-cost e di quelle navali, veri propulsori al settore dei viaggi. Luoghi particolarmente suggestivi, da sempre conosciuti (come Venezia e le Cinque Terre, per fare due esempi legati all’Italia) costituiscono un’ulteriore attrattiva per molti turisti. Lo stesso vale per location rese famose da film e fiction televisive. In entrambi i casi, si sono registrate vere “invasioni”, sia per una vacanza, sia per una gita. Molti turisti le vedono addirittura come tappe di un tour sui set più gettonati.

Conseguenze immediate sono una fortissima pressione antropica ed uno stress ambientale dovuto ad una gestione non sempre ottimale delle risorse e del suolo. In casi estremi, si è arrivati alla distruzione di interi ecosistemi (ad esempio, molti tratti di barriera corallina). L’abnorme produzione di rifiuti e il relativo smaltimento sono altri fattori ad alto rischio, e che vanno in direzione opposta alla sostenibilità.

EVITARE L’OVERTOURISM

I servizi sono pure un banco di prova per molte destinazioni. Da quelli di immediata fruibilità, come la ricettività (posti letto), i trasporti (mezzi pubblici e taxi) e la ristorazione, a quelli quotidiani, che contribuiscono alla vivibilità delle aree. Questo a prescindere che si tratti di città, borghi, località marine, lacustri o montane.

Garantire buoni servizi non solo a chi viaggia, ma in primo luogo a chi risiede in luoghi assurti a mete turistiche di massa, è il primo passo per invertire la tendenza.

Regolamentare i collegamenti, sia in termini di traffico aereo sia di quello navale (in primis, le navi da crociera) è un altro modo per controllare gli arrivi e gestire i flussi dei viaggiatori.

Ottimizzare il rapporto tra domanda e offerta. Utilizzando gli strumenti del revenue per distribuire e “orientare” le presenze si possono evitare picchi di popolamento in alta e altissima stagione. I turisti alto-spendenti, inoltre, hanno spesso un approccio più rispettoso e consapevole verso la destinazione scelta. Anche la destagionalizzazione e il prolungamento dell’apertura delle strutture oltre la classica “stagione turistica” possono ridurre la pressione antropica. Il tutto a beneficio dei turisti stessi e delle comunità locali.

Responsabilizzare il marketing e la promozione del territorio, coinvolgendo destination management e tour operator nella promozione di zone e strutture ubicate in prossimità dei punti nevralgici. Si potrebbe così dare sollievo ai centri storici e alle aree particolarmente sensibili (ad esempio, Venezia). Tasse di soggiorno, ticket d’ingresso e contingentamento dei posti letto sono altre misure adottate per correre ai ripari. Si tratta però di misure che sanno un po’ di emergenza, non di una strategia strutturata.

L’importanza delle sinergie

Imprescindibile la necessità di una sinergia tra operatori non limitata alla promozione, bensì orientata alla pianificazione e alla gestione dei flussi turistici. Riprendendo l’esempio della destagionalizzazione, il sostegno dello Stato può aiutare le imprese ricettive a tenere le strutture aperte più a lungo. Si potrebbe così garantire lavoro per un periodo più esteso e diminuire, al contempo, le spese per gli ammortizzatori sociali (come la NASPI, erogata nei mesi di chiusura).

Una gestione corretta e strutturata può quindi rappresentare la soluzione per controllare i flussi e rendere il turismo un’attività amica non solo dello sviluppo, ma anche dell’ambiente. L’Overtourism si può sconfiggere così.

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